martedì 12 febbraio 2013

Il taccheggio

di Adriano Mattioli

Dal recente rapporto dell'Eurispes l'entità del taccheggio nelle unità di vendita a libero servizio nel corso del '94 , è stimata in 855 miliardi di lire, pari quindi ad oltre due miliardi e mezzo al giorno.
In molte di queste l'incidenza delle perdite sta mettendo a rischio la sopravvivenza degli esercizi stessi, e non è più possibile come in passato assorbire ammanchi elevati, in quanto l'aumento della competizione e dei costi ha generato una progressiva erosione dei margini.
Per recuperare utili si è dovuto ricorrere alla riduzione dei servizi diretti di assistenza ai clienti e le carenze di personale, unite a esposizioni di merci sempre più invitanti per stimolare gli acquisti d'impulso, generano anche maggiori furti di natura occasionale. Si è arricchita la tipologia dei taccheggiatori a causa di un'incontrollata immigrazione, dell'aumento dei tossicodipendenti ed emarginati che ha innalzato il volume dei reati abituali o continuativi; inoltre è possibile che la perdita del potere d'acquisto della nostra moneta con l'aumento dell'inflazione, possa generare un incremento di furti, tra cui quelli interni, fra l'altro già di considerevole entità.
Il taccheggio nella grande distribuzione è superiore anche per quella sorta di alibi morale che il ladro avverte nel derubare un "ente" che dimostra una sfacciata opulenza in quanto costretto ad esporre un'elevata quantità di merci; l'assenza di un rapporto di identificazione col derubato è un fattore determinante che rende la percentuale dei ladri potenziali certamente più elevata.
A questo proposito è sintomatico l'episodio riportato da alcuni quotidiani verso la fine dello scorso anno: due rapinatori , dopo essersi fatti "consegnare" 6 milioni in un supermercato, erano stati intercettati all'uscita dall'equipaggio di un furgone portavalori. Le guardie giurate sparano alcuni colpi di pistola e i rapinatori, nella concitazione della fuga, abbandonarono il bottino.
I passanti che avevano assistito alla scena, non si preoccuparono della cattura dei rapinatori, ma della salvaguardia del malloppo prodigandosi per la "custodia" delle banconote; infatti quando al termine del trambusto si trattò di recuperare il bottino, si trovarono solo gli spiccioli. La coscienza civica e l'onestà, parafrasando il Manzoni per bocca di Don Abbondio, sono come il coraggio:"uno non se lo può dare".
Era tarda sera e i passanti, di diversa età ed estrazione sociale , solidarizzarono immediatamente giustificandosi reciprocamente per l'intervento.
Siamo dunque tutti ladri potenziali? Certamente no, ma è anche vero che l'opportunità aiuta: c'è chi non evade le tasse solo perché non può evaderle, come c'è chi non ha mai intascato una tangente per il solo fatto che non è mai stato nella posizione per poterlo fare; e così via.
Se questo preambolo può aiutare a capire il fenomeno del taccheggio e dei fattori esterni che lo influenzano, il furto interno presenta aspetti più complessi e il suo abbattimento è certamente di più difficile realizzazione.
Inoltre , poiché c'è una precisa relazione fra la qualità degli impiegati e le perdite subite dal punto vendita, la fedeltà del personale influenza in modo determinante anche la riduzione dei furti esterni.
Peter Berlin, titolare di una nota agenzia di consulenza in USA specializzata nella prevenzione dei furti, si è stupito in occasione di una sua recente indagine in Europa, della generale incoltura degli operatori nel settore.
I metodi tradizionali e poco coerenti con la moderna realtà nella gestione dei problemi interessanti la riduzione delle perdite sono un riflesso dello scarso interesse da parte degli operatori nel promuovere opportuni studi ed investire in ricerche nell'area delle differenze inventariali; infatti non esistono informazioni nel settore specifico(a parte sporadiche pubblicazioni inglesi), in quanto non se ne avverte la necessità in termini prioritari.
Risultato: la media percentuale delle perdite rispetto alle vendite è in Europa circa il doppio rispetto agli USA e l'Italia non brilla certamente nel panorama generale.
P. Berlin rileva che i distributori europei impiegano spesso attrezzature di controllo più sofisticate ed in misura superiore che in U.S.A., e che ben pochi fra questi hanno compreso che le perdite non sono solo da imputarsi a fattori quali il taccheggio, a furti interni , o a errori amministrativi ecc., ma sono soprattutto un problema di management.
Gli operatori italiani non fanno eccezione: anche i nostri grandi distributori non promuovono studi e non investono in ricerche,coinvolgendo i dirigenti e i responsabili a tutti i livelli nell'analisi delle cause per arrivare ad una gestione mirata delle risorse umane, inserita in un piano organico.
La ricerca per l'abbattimento delle perdite , viene vista solo quale indagine sul miglior rapporto prezzo-qualità degli impianti antitaccheggio o dei materiali più avanzati interessanti nel settore; tutto si riduce alla gestione dei budgets destinati ai soli acquisti di attrezzature, e anche quei pochi preposti che si rendono conto che i materiali sono solo una delle componenti di un concetto globale di strategia preventiva, sono costretti ad adeguarsi al trend generale.
In effetti stupisce che "un'azienda" come quella interessante la gestione delle perdite, con un "fatturato" spesso superiore al 2% rispetto alle vendite, non debba essere condotta con lo stesso criterio dell'organizzazione commerciale che l'accorpa.
In parte questa carenza deve essere interpretata quale un errore di gioventù: la nostra distribuzione organizzata ha fatto passi da gigante in poco tempo e gli sforzi sono stati prevalentemente profusi nel commerciale guardando alle esperienze condotte da altri paesi più avanzati nel settore quali la Germania, la Gran Bretagna e soprattutto la Francia.
Abbiamo ben assimilato le tecniche del marketing, nate e sviluppatesi in USA, ma non la cultura della prevenzione delle perdite che è una componente , o conseguenza delle vendite a libero servizio.
Abbiamo spesso superato i maestri in termini applicativi delle tecniche di comunicazione commerciale(merchandising); nella ricerca delle migliori disposizioni delle merci (display); nelle strategie mirate ad attivare la clientela attraverso l'impiego delle attrezzature ed esposizione dei prodotti(layout); abbiamo imparato tutto e bene, meno che difenderci dai ladri.
Le tecniche dai noi attuate sono generalmente mirate a reprimere , anziché dissuadere; le attrezzature anziché risolvere i problemi, ne creano talvolta di nuovi perché non gestite in modo apporpiato essendo scollegate da un programma strategico; i nostri distributori investono spesso notevoli risorse in materiali che restano in seguito sotto-inutilizzati; non si è ancora assimilato il concetto che l'obbiettivo non è quello di abbassare la percentuale dei ladri, ma di abbassare il furto.
Nel programmare un piano di strategie preventive, è opportuno ricordare che noi non possiamo far molto per controllare o modificare i fattori esterni, mentre possiamo influenzare e controllare quelli interni all'azienda.
E' certamente più oneroso lo sforzo impiegato per incrementare una certa percentuale di vendite, o meglio di utili(in questo caso si tratta, rispolverando un vecchio assioma sindacale, di una "variabile indipendente"), di quello necessario in termini di investimento per raggiungere lo stesso risultato attraverso la riduzione delle perdite.
Ma la maggior parte degli operatori preferisce stranamente investire 100 lire

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